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Famiglia Laderchi. Storia

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Venivano dal castello di Laderchio in territorio faentino.
Dovevano la loro ricchezza al commercio.
Verso la metà del XV secolo acquistarono la casa (ora Caldesi) che trovasi davanti alla chiesa del Suffragio.
I primi personaggi della famiglia che troviamo nella storia locale sono Giacomo Laderchi; che a fine Quattrocento fu il tutore dell’ultimo Signore di Faenza, Astorgio III Manfredi e il giureconsulto Pier Gentile, che ebbe l’incarico, nel 1523, di redigere i nuovi statuti della città, per conformarli totalmente all’uso ecclesiastico.
Nelle vecchia dimora della famiglia, l’attuale palazzo Caldesi, nel 1728 Marc’Antonio Laderchi accolse l’esule re Giacomo III d’Inghilterra, insieme al figlio di lui Carlo Edoardo. Poi, verso la fine del sec. XVIII Ludovico Laderchi fece acquisto dell’area della labente chiesa parrocchiale di San Biagio e di quella di alcune case vicine, nell’area tra le attuali Corso Garibaldi, via XX settembre e Via Laderchi, per farvi costruire il grande palazzo dalle semplici e sobrie linee, ad opera di Francesco Tadolini.
I Laderchi sono figure di primissimo piano, nel patriziato locale, nell’epoca del Risorgimento, considerata nel suo senso più largo, cioè dalla fine del ‘700 agli inizi del presente secolo.
Il Conte Ludovico Laderchi fu Podestà durante il dominio francese, mentre il fratello Conte Achille fece parte dell'Amministrazione Centrale e del Corpo Legislativo della Repubblica Cisalpina.
Il Conte Francesco fu un illustre patriota e risorgimentale. Durante la rivoluzione della Repubblica Romana del 1849 fu nominato Preside della Provincia di Forlì.
Il figlio Conte Comm. Achille Laderchi (1830-1906), fu anch'egli tra i più grandi protagonisti del risorgimento faentino, combatté giovanissimo gli austriaci a Vicenza nel 1848 e per due volte fu Sindaco di Faenza: dal 1861 al 1863 e dal 1901 al 1902.
Purtroppo la condotta dei Laderchi non fu univoca, e, anzi, due di essi si macchiarono del delitto di delazione verso i governi austriaco e pontificio: dapprima il giovane Camillo, poi suo padre Giacomo, rispettivamente negli anni 1821 e 1822.
I Laderchi, oltre al palazzo di città avevano possedimenti in campagna e tra questi una villa nel forese, in territorio di Prada, della quale non resta più traccia, se non in una lunetta dipinta in una sala del loro palazzo faentino; accanto ad essa sorgeva un mulino a vapore, un vero antesignano dei tempi futuri. Altre dimore campestri erano nei pressi della città, la villa La Rotonda a Errano e un edificio sulla riva destra del Lamone all’Isola spesso utilizzati anche per convegni di patrioti, a qualcuno dei quali fu presente anche Don Giovanni Verità.
Ma alla fine del secolo scorso la fortuna economica dei Laderchi rapidamente decadde, nonostante l’apporto d’eredità non certo trascurabili, e ciò si dovette più che ad una vita spensierata e lussuosa, alla loro attiva partecipazione alla riscossa nazionale, in un’epoca in cui era costume pagare di persona. La famiglia dovette alienare quanto possedeva d’immobili in territorio faentino per finire oscuramente dopo breve tempo.

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